L’Arte

 

L’architettura

L’edificio, coperto da una volta a botte e ad aula unica, misura 30 metri per 8 circa, la lunghezza quindi risulta posta decisamente in risalto rispetto alla larghezza, la stessa scelta appare confermata dalle dimensioni del coro, anch’esso più lungo del normale. 

All’interno una balaustra ottocentesca divide gli spazi riservati agli officianti e agli offiziali da quello destinato ai fedeli.

Due cappelle settecentesche interrompono il ritmo scandito sulle pareti da coppie di lesene racchiudenti, nella propria nicchia, la statua di un Apostolo. 


 

La facciata

La facciata, fronteggiata da un piccolo sagrato, è l’unico elemento esterno dell’isolato visibile dalla strada.

È semplicissima, come quella di tutte le casacce liguri, ornata da due lesene, che la dividono in tre parti delimitando un ampio spazio centrale, sormontato da un frontone triangolare chiaramente ottocentesco.

Più in alto una nicchia con la bella statua in marmo bianco raffigurante la Maddalena porta sul basamento una data: 1618. Si tratta, quasi certamente della data a cui risale il facimento dell’opera, non possiamo averne l’assoluta certezza poiché manca qualsiasi prova documentale. 


 

Il Campanile 

Si conosce la data della posa della prima pietra, 1° settembre 1710. Interamente realizzato in cotto per un’altezza di ventuno metri circa, si suddivide in tre piani scanditi da cornici aggettanti e comunica con la sacrestia posta a fianco della chiesa. 


 

Numerologia e simbolismo

 
    Le tracce dei principi filosofici ispirati alla numerologia appaiono evidenti nella struttura dell'edificio e nelle opere d'arte che lo abbelliscono.  E' il numero tre, il simbolo della SS. Trinità, con i suoi multipli, quello che ricorre maggiormente. Tre sono infatti le porte, tre i lucernari che si aprivano sulla facciata, tre i settori in cui si articola lo spazio interno, tre gli antichi altari eretti ad adorazione del Signore e la loro altezza deve esser pari a un metro e trentatré. Il diaframma che separa l'abside dal coro si compone di tre archi e l'abisde stessa si articola su tre livelli che sottolineano i tre momenti fondamentali della vita terrena di Gesù: il suo insegnamento, la nascita e la sua passione e morte.  

 

Il Calvario

(fine del 1500)

E’ sicuramente l’opera più conosciuta della Basilica. Il complesso ha sempre goduto di grande popolarità e considerazione, grazie anche alla sua spettacolare imponenza. Sotto un profilo storico-artistico il Calvario si riallaccia ai Sacri Monti che nella stessa epoca son sorti in Piemonte, alludiamo, per esempio, a Crea o a Varallo Sesia. 

Il complesso, che segue il principio della rispondenza simmetrica, consta di ventidue statue lignee a grandezza naturale vivacemente dipinte, con incisioni ornamentali graffite sulle vesti.

L’opera, di un certo Daniele Fiammingo, si divide in due gruppi: alla destra del Cristo, secondo la tradizionale iconografica il “lato Ecclesia”, coloro che saranno gli eletti nel giudizio finale, alla Sua sinistra, il “lato Sinagoga”, gli esponenti della civiltà ebraica e romana, coloro quindi che accusarono e martirizzarono Gesù.

Volti di impronta nordica, crocefissione dei Ladroni a croci commisse a forma di tau, braccia poste al di là della traversa della Croce, confermano l’origine fiamminga degli autori dell’opera. Autori, diciamo, perché a corpi slanciati e ben proporzionati, si accostano fattezze più rigide e tozze, a mani aggraziate ed affusolate, altre appena sbozzate, a fisionomie intense, espressioni fisse.

L’ampia composizione affrescata nella cavità dell’abside, verosimilmente coeva del Calvario, sembra di livello qualitativo decisamente  inferiore ma, soprattutto è evidentemente alterata da molte ridipinture successive che rendono assolutamente illeggibile l’impianto originale.

In basso fanti e cavalieri, al centro della volta l’Empireo con nuvole ed Angeli che contornano la Colomba, simbolo dello Spirito Santo ed il Padre Eterno; sotto, disposto sullo stesso asse, il Crocefisso, a sottolineare l’indissolubilità della SS. Trinità.


 

Il Compianto

 

La sua datazione può ragionevolmente farsi risalire al XVI secolo. Consta di otto statue a grandezza pressoché naturale, in terra cotta policroma, disposte a semicerchio attorno al Cristo morto.

Si tratta dell’opera di un plasticatore modenese o lombardo certo di ottima levatura: nulla di più preciso, purtroppo, possiamo dire. Il Cristo ligneo, posto al suo centro evidentemente secentesco, non è parte integrante del gruppo, ma trovava la sua collocazione nel complesso del Calvario.

I personaggi, da sinistra: Giovanni d’Arimatea, la Santa Vergine, Maria di Giacomo, Maria Maddalena e Nicodemo. Dietro due pie donne: quella a sinistra è, probabilmente, Maria di Cleofa.

Tradizione vorrebbe che il gruppo, costituente un unico blocco, fosse stato cotto in situ e la sua databilità, collocabile a metà quattrocento. I restauri effettuati qualche decennio fa, hanno dimostrato che si tratta di una leggenda: il gruppo è stato plasticato e cotto secondo tecnica tradizionale. 


 

Le statue dei dodici Apostoli

 

Fino al XVII secolo, le pareti della Basilica potevano esser lette come una sequenza di coppie di lesene leggermente aggettanti, racchiudenti al loro centro una statua posta nella sua nicchia; la sequenza fu poi interrotta, nel ‘700, dalle due cappelle dedicate rispettivamente alla Maddalena e a San Prospero. 

Si tratta di statue in stucco policromo di buona fattura, risalenti al XVII secolo e restaurate nei primi anni del XXI.

Alla fine del secolo scorso, forse a causa di un’improvvida imbiancatura subita, esse erano ben poco considerate sotto il profilo artistico. Fu solo inseguito a un più attento esame e a una serie di test commissionati a esperti restauratori che ci si rese conto di esser di fronte a vere e proprie opere d’arte. Destinate, in origine, alla doratura furono poi preparate per la coloritura e dipinte. 


 

L’Altare della Natività

 

Un plasticatore di capacità certo non eccelse, tale Antonio Zielppe, modella per la Confraternita nel 1622, le statue poste sull’Altare: la Vergine, San Giuseppe ed un pastore con agnello, cui si aggiungono le teste del bue e dell’asinello. La figura del Bambino, adagiata in un cesto, sostituisce l’originale, andata perduta.

L’esecuzione è davvero grossolana: rigido e troppo semplificato il panneggio, fissa l’espressione dei volti che paiono appena sbozzati.


 

Il pulpito

Risale al XVII secolo, ligneo e ornato di pannelli finemente scolpiti ed intarsiati.

Quello centrale, evidentemente aggiunto in un secondo tempo, illustra l’ascesa in Cielo, dal Purgatorio di S. M. Maddalena. E’ opera di uno scultore certo non brillante, forse un buon dilettante.


 

Il Crocifisso Maggiore

Si tratta di un’opera davvero suggestiva risalente al XVII/XVIII secolo. Le influenze vandyckiane, spesso presenti nella consuetudine artistica del tardo seicento genovese sono facilmente leggibili nell’impostazione generale della figura come nella trattazione di ogni singolo elemento. Di qui l’attribuzione al Maragliano, intagliatore genovese di larga fama (1644 – 1739).


 

Il Crocifisso Minore

Un Cristo patiens molto più statico del precedente e privo di elementi che ci riportino ad una particolare tradizione artistica. Non possiamo che limitarci a stabilirne una generica datazione che lo colloca nell’ambito del XVII secolo.


 

La statua della Maddalena

 

Una nota d’archivio certifica il pagamento di novanta filippi a Gian Giacomo Bertesi, per l’acquisto di una statua di S. Maria Maddalena e della relativa cassa processionale: la splendida opera, di delicata fattura settecentesca era stata, in un primo tempo, attribuita al Maragliano.


 

Il plastico della Città

Data di costruzione: 1750. E’ un elemento di carattere profano la cui data di costruzione, o di acquisizione da parte della Confraternita, si evince da un’etichetta situata nella parte posteriore. Il plastico è evidentemente concepito per offrire una visione frontale ed, a tal fine, si avvale dell’espediente scenografico, tipicamente teatrale, del piano inclinato in funzione prospettica accelerata. In questo modo, l’edilizia cittadina appare costruita a terrazzamenti degradanti verso la campagna.


 

Nostra Signora della Pietà

E’ un piccolo quadro settecentesco che i Confratelli ebbero in dono da Benedetto XIV, in occasione del loro pellegrinaggio a Roma del 1750. La tela raffigura La Vergine adorante con le mani conserte. La sua lontananza dalla tradizione iconografica della Pietà, ci spinge a ipotizzare piuttosto un nesso con qualche Chiesa romana di tale titolo. 


 

Diario del pellegrinaggio a Roma in occasione del Giubileo del 1750

 

Del pellegrinaggio di undici confratelli e cinque sacerdoti si conserva, nei nostri archivi, un racconto dettagliato redatto da Don Francesco Maria Orlando, Priore eletto all’uopo.

Il 24 Febbraio lasciano Novi e, dopo un viaggio per mare e per terra, raggiungono Roma il 16 Marzo. Sono ricevuti dal Papa Benedetto XIV, al quale chiedono un’importante Reliquia ed altri privilegi, istanze benevolmente accolte dal Pontefice. Dopo una breve visita alla città, il ritorno a Novi e le festose accoglienze; i pellegrini portano con loro il quadro di Nostra Signora della Pietà, dono del Papa.

La reliquia in corpo e sangue del Santo Martire Prospero, proveniente dalle Catacombe di Santa Priscilla, giungerà qualche tempo dopo e, solo nel 1757 il Santo, proclamato Compatrono della città troverà collocazione nella Nostra Basilica.

Il Marchese Bartolomeo Lomellini, allora governatore di Novi, farà dono alla Confraternita della splendida urna rococò che, ancor oggi, contiene le Sacre Spoglie del Santo martire.


 

Il gonfalone di S. Maria Maddalena

Antonio Puppo, pittore genovese, esegue per la Confraternita, nel 1828, l’unico Gonfalone superstite dei quattro elencati nell’inventario del 1886. Si tratta di una tela incorniciata da una fascia di damasco ricamata in seta e fili d’oro che raffigura su di un lato Santa M. Maddalena assunta in gloria tra gli Angeli e, sull’altro, la Santa in atteggiamento penitente.

Numerose reliquie, tra le quali un frammento della Santa Croce, sono gelosamente custodite dalla Confraternita ed il nostro archivio, benché depauperato nei secoli dalle inevitabili perdite, conserva ancora preziosi documenti.  


 

L'organo 

L'organo del Frate Bernardo Poncini, di Parma, non ha purtroppo alcun documento nell’archivio della Confraternita, pertanto è difficile ricostruirne una vera storia. Per la data (1742) fa fede un’etichetta posta nel somiere. 

Poncini costruiva gli organi con fattezze del primo barocco italiano, ovvero con i registri di ripieno non spezzati tra bassi e soprani e, nello specifico di quest’organo, due flauti (in quinta e in ottava), una voce umana e un secondo principale di rinforzo al primo.

L’organo ha l’ottava corta alla tastiera e alla pedaliera. La pedaliera è perennemente unita alla tastiera e ha un registro di 16 piedi perennemente inserito. Le canne sono di stagno e questo conferisce una particolare agilità al suono dello strumento. Accordatura mesotonica.